Tra acciaio e amianto: ulteriori risvolti del processo all’ exILVA

La drammatica situazione in cui versa la città di Taranto e lo stabilimento exILVA è ormai di dominio pubblico a partire dal luglio del 2012, momento in cui l’intero organigramma aziendale, la politica cittadina e la società stessa sono stati travolti dalla maxi indagine “Ambiente Svenduto”, un terremoto giudiziario di impatto nazionale che ha rappresentato per la città la triste presa di coscienza del pericolo
che si celava dietro i cancelli dell’azienda. Questo, che avrebbe potuto rappresentare il punto di svolta della storia recente della città, è stato un processo non solo ad un’azienda e ad una famiglia, i Riva, che hanno condizionato e monopolizzato la storia tarantina, ma anche ad un modo di produzione, una vera e propria associazione per delinquere finalizzata a commettere delitti contro la pubblica amministrazione e l’incolumità pubblica.

Tra i filoni giudiziari scaturiti dall’ indagine madre, ai fini dell’analisi della responsabilità penale a seguito di esposizione a sostanze tossiche, risulta centrale quello che ha portato alla sentenza 163/2020.
Il 3 Marzo 2020 Rita Romano, giudice di udienza preliminare del Tribunale di Taranto, ha pronunciato la sentenza di non luogo a procedere nei confronti di vari esponenti della vecchia dirigenza dello stabilimento exILVA (oggi ArcelorMittal).

La sentenza interessava l’eventuale dimostrazione del nesso di correlazione e causalità tra l’amianto, presente all’interno dello stabilimento, l’insorgenza in alcuni dipendenti del mesotelioma pleurico (rarissimo tumore a prognosi infausta che colpisce l’apparato respiratorio) e la possibile responsabilità penale dei dirigenti. Quello che era stato richiesto dall’accusa era il rinvio a giudizio con l’accusa di omicidio colposo, “per aver omesso di informare i lavoratori sui rischi dall’esposizione di amianto e per non aver adottato tutte le misure necessarie a tutela degli stessi lavoratori”.

Il provvedimento proscioglie i direttori dello stabilimento (sia sotto la gestione pubblica — dagli anni Sessanta al 1995 — sia privata con il gruppo Riva — dal 1995 al luglio 2012, con Luigi Capogrosso, ultimo direttore dello stabilimento prima del terremoto giudiziario e braccio destro di Emilio Riva, patron del gruppo), alcuni manutentori, esponenti del gruppo dirigente e due medici aziendali “per non aver
commesso il fatto”, data la loro posizione solamente consultiva e non decisionale all’interno dell’organigramma aziendale.

Quello che si richiedeva a questa sentenza non era la dimostrazione che l’esposizione all’amianto può essere causa del mesotelioma (nozione ormai consolidata all’interno della scienza), quanto la possibile correlazione tra tale esposizione a sostanze tossiche e la responsabilità penale dei dirigenti.
Nonostante nella sentenza venga riconosciuta l’esposizione prolungata all’asbesto dei lavoratori e più volte venga sottolineato il nesso di causalità fra l’esposizione al fattore cancerogeno e l’insorgenza della patologia tumorale (confermato anche da un’indagine svolta dall’INAIL che ha identificato l’origine professionale della malattia), secondo il Giudice, ciò non consente di stabilire le singole responsabilità degli imputati, nonostante venga riconosciuto il loro ruolo da supervisori all’interno dell’organizzazione dello stabilimento, dal momento che malattie come il tumore soffrono di fattori di confondimento e a ciò bisogna aggiungere anche il lungo periodo di latenza tipico del mesotelioma.

A riprova di ciò, il giudice Romano scrive che “non si evincono elementi che chiariscano la posizione operativa di ciascun singolo imputato rispetto allo svolgimento dei fatti e, soprattutto, rispetto al nesso causale con i singoli eventi in contestazione; ciò che peraltro appare realisticamente di difficile se non impossibile ricostruzione”.

Quest’ultima frase sembra porre un vero e proprio punto definitivo per quanto riguarda vari processi intentati nei confronti dei dirigenti exILVA, essendo l’ennesima prova di quanto sia complicato, se non impossibile, dimostrare la correlazione tra l’insorgenza di malattie come il tumore e la responsabilità dei dirigenti per l’esposizione a sostanze tossiche come l’amianto.

Simone Spinelli

Trainee LawyerStudio Napoletano Ficco & Partners

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